Nel montaggio c’è un momento in cui la persona davanti alla camera fa una pausa, sbaglia una parola o semplicemente resta troppo a lungo nella stessa inquadratura. Si apre la cartella del B-roll e si cerca qualcosa da mettere sopra.
Mani sulla tastiera. Qualcuno che cammina in corridoio. Una tazzina. Un dettaglio del prodotto. L’insegna. Problema risolto.
Tecnicamente sì. Ma il B-roll può fare molto più che nascondere un taglio.
Una buona ripresa di B-roll aggiunge qualcosa che la voce non sta già dicendo. Mostra, precisa, anticipa, crea contesto. Quando serve soltanto a riempire lo schermo, si nota.
Che cosa dovrebbe fare davvero il B-roll
Nel linguaggio video si usa B-roll per indicare le immagini secondarie che accompagnano la ripresa principale. Se una persona racconta come viene realizzato un prodotto, per esempio, possiamo ascoltare la sua voce mentre vediamo quel processo.
È già molto diverso dal mostrare una mano qualsiasi che prende un oggetto qualsiasi. Nel primo caso l’immagine completa l’informazione. Nel secondo interrompe soltanto la monotonia visiva.
Il B-roll può anche costruire l’ambiente. Un’inquadratura del locale prima dell’ingresso delle persone, il rumore di un laboratorio, un dettaglio che torna più volte, un gesto riconoscibile. Tutte queste immagini aiutano a far esistere uno spazio anche quando il video è breve.
Nel precedente articolo sui video aziendali che finiscono per sembrare tutti uguali il problema era proprio questo: utilizzare le stesse immagini perché funzionano formalmente, senza chiedersi se appartengano davvero al brand.
Perché il B-roll diventa generico
Durante una giornata di riprese è rassicurante accumulare materiale. Più clip abbiamo, più possibilità avremo in montaggio. È vero fino a un certo punto.
Se le clip sono variazioni della stessa immagine priva di funzione, avremo semplicemente molto materiale da scartare.
Non c’è niente di sbagliato nel riprendere dettagli. Il problema è non sapere perché li stiamo riprendendo. Se la storia parla di precisione, il gesto accurato di una persona può essere perfetto. Se parla del rapporto con il cliente, magari serve tutt’altro.
Decidere le immagini prima dello shooting
Una piccola shot list risolve parecchi problemi. Non deve descrivere ogni secondo del video. Basta individuare ciò che dovremo sicuramente mostrare.
Se il titolare parlerà di un processo produttivo, quali passaggi devono essere visibili? Se racconterà la storia del luogo, quali elementi esistono davvero e possono sostenerla? Se il video serve a mostrare velocità, quali azioni rendono quella velocità comprensibile?
Che cosa capirà lo spettatore guardando questa immagine che non avrebbe capito ascoltando soltanto la voce?
Non ogni clip deve aggiungere un fatto nuovo, ma dovrebbe almeno cambiare prospettiva, atmosfera o comprensione.
Questo lavoro nasce dal brief. Se non sappiamo quale messaggio deve uscire dal video, non possiamo sapere quali immagini cercare. La stessa logica vale per qualsiasi progetto di content marketing: il contenitore viene dopo la scelta di ciò che deve comunicare.
Il dettaglio deve significare qualcosa
Mi piacciono i dettagli. In video funzionano molto bene, soprattutto sullo smartphone. Ma un dettaglio acquista forza quando lo spettatore capisce perché lo sta guardando.
Le mani di un artigiano che eseguono un passaggio preciso hanno un significato. Le mani di una persona che spostano casualmente un oggetto per creare movimento, molto meno.
Lo stesso vale per le imperfezioni. Una superficie consumata, uno strumento segnato dal lavoro o un ambiente vero possono raccontare più di una scena ripulita completamente. Dipende dal brand, certo. Non tutto deve sembrare spontaneo. Ma non tutto deve sembrare neppure un catalogo.
Come entra nel montaggio
Il B-roll non deve apparire ogni volta che c’è un taglio nella voce. Se lo facciamo, dopo poco lo spettatore capisce il meccanismo: volto, immagine di supporto, volto, immagine di supporto. Diventa un metronomo.
Può invece anticipare ciò che verrà detto, rimanere qualche secondo dopo una frase, interrompere volontariamente il talking head o addirittura portare da solo una parte del racconto attraverso immagini e suono.
Una buona clip non deve necessariamente durare mezzo secondo. A volte il problema non è che il B-roll sia debole: è che viene tagliato prima che si possa capire cosa sta mostrando.
È qui che entra il ritmo. Lo abbiamo già visto parlando della costruzione dei momenti più memorabili di un Reel: non ogni secondo deve avere la stessa intensità.
Pensare per sequenze, non per clip isolate
Quando posso, preferisco riprendere una piccola azione da più punti invece di raccogliere dieci dettagli scollegati.
Una persona entra nel laboratorio. Vediamo l’ambiente. Poi la mano prende uno strumento. Passiamo al dettaglio del lavoro. Torniamo a un’inquadratura più larga. In pochi secondi abbiamo spazio, azione e conseguenza.
Questa logica rende il montaggio molto più naturale perché le immagini hanno già una relazione tra loro.
- Riprendere l’azione principale prima dei dettagli.
- Cercare almeno una visione larga, una media e una ravvicinata quando serve.
- Lasciare qualche secondo prima e dopo il gesto.
- Registrare anche il suono reale dell’azione.
- Controllare che le clip rispondano al messaggio definito nel brief.
Tutto questo va adattato al formato. Un’inquadratura pensata per un Reel dovrà convivere con lo spazio verticale e con l’interfaccia del social, come spiegato nell’articolo sui video progettati in 9:16.
Il B-roll migliore, alla fine, è quello che non sembra inserito per nascondere qualcosa. È quello che a un certo punto rende inutile vedere chi sta parlando, perché l’immagine sta continuando il discorso da sola.
Hai molte riprese ma nessuna sembra davvero raccontare l’azienda?
Partiamo dal messaggio e costruiamo le immagini che servono davvero al montaggio.

